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17 febbraio 2011
5 febbraio 2011
Miglioramento
25 dicembre 2010
Three to get ready
La cosa che odiavo di più era quando il getto della doccia diventava improvvisamente freddo. Succedeva durante tutto l'anno, ma me ne rendevo conto solo in inverno. Era un inconveniente dovuto ad un difetto delle tubature, che prima di arrivare al bagno passavano per la cucina dell'appartamento di sotto. Ci vivevano due francesi, nell'appartamento di sotto, avevano una bambina piccola e cucinavano tutto il giorno. Mi rubavano l'acqua. La temperatura calava di colpo, passava dai trentacinque ai quindici gradi senza preavviso. Io allora mi lanciavo contro il muro, aderivo con la schiena alle piastrelle alzandomi in punta di piedi per non prenderne neanche un poco, di quell'acqua gelida. Osservavo il getto, allungando di tanto in tanto una mano per sentire se era tornato caldo. Era un gesto vano, una domanda retorica, perché intanto le gocce mi schizzavano impietose sulle cosce, facendomi venire la pelle d'oca. Ogni tanto lo sbalzo di temperatura mi faceva piangere. Quando sentivo farsi strada tra le mie scapole il rivolo gelato, mentre avevo i capelli ancora coperti dal sapone che stavo massaggiando, mi scoppiavano in petto una serie di singhiozzi brevi e veloci, a metà strada tra una risata e una protesta. Strepitavo forte, ritraendo con stizza le dita dei piedi, poi un attimo dopo mi sentivo stupida, ammutolivo. Restavo così, a fissare l'acqua corrente spingendomi il più possibile contro il muro, per minuti eterni che continuavano ad accumularsi uno sull'altro. Era l'esperienza più simile alla fede che avessi mai provato, quella disperata attesa dell'acqua calda.
1 novembre 2010
Diaristica
Da grande voglio fare Kofi Annan, mi diceva Francesca. Aveva gli occhi grandi e una sorella piccola a cui faceva i compiti di inglese. Non era brava in inglese, la sorella piccola. Francesca sì, Francesca era brava in molte cose. Tornando a casa da scuola mangiavamo i surgelati della Findus, fuori pioveva forte, su via Foppa. Pioveva spesso, per tutto l'inverno. Si fumava sul balcone, con le gocce che rimbalzavano sulla balaustra di metallo, gettando il filtro della sigaretta con un movimento veloce del pollice e del medio. Pioveva sempre e io ero sempre a casa di Francesca. Anche quando ho incendiato la scrivania di fronte al suo letto pioveva. La scrivania era in legno, come la maggior parte delle scrivanie, superficie lucida e chiara, la luce calda, i copriletti rossi. Il resto della casa era in ristrutturazione, mancavano le porte. La casa di Francesca era sempre in ristrutturazione, ogni tanto cambiava l'ordine delle stanze, altre volte solo la disposizione dei mobili. Io ero triste, di quella tristezza atroce che si prova solo a sedici anni, quando le ingiustizie sembrano riversarsi sull'esistenza come la guerra. Come i simulatori di viaggi spaziali al Lunapark, che si fermano nel momento esatto in cui senti le budella implodere, lasciandoti in piedi sulla terra sporca, con la testa che gira e niente di reale da incolpare per la nausea che sale. Fuori pioveva ed era incredibilmente buio, su via Foppa. Giocavo con un foglio di carta e un accendino, perché quando si è tristi, a sedici anni, non si pensa alla combustione, non si pensa proprio alla chimica. Il tavolo è stato spento da Francesca, io l'ho acceso e poi l'ho anche indicato, ma non spento.
Ancora adesso a Milano continua a piovere spesso, in inverno, e le stanze della casa di Francesca hanno cambiato ordine molte volte. La scrivania però c'è ancora, ha una macchia scura al centro. Francesca vuole fare Kofi Annan, forse.
Ancora adesso a Milano continua a piovere spesso, in inverno, e le stanze della casa di Francesca hanno cambiato ordine molte volte. La scrivania però c'è ancora, ha una macchia scura al centro. Francesca vuole fare Kofi Annan, forse.
6 ottobre 2010
Alt un attimo ferma un poco il gioco
Grattacieli, grattacieli molto alti, come quelli delle grandi città dell'America, come quelli di Shanghai e di Tokyo. Grattacieli che sembrano essere stati poggiati in quell'esatto punto per sbaglio, in attesa di un'altra destinazione. Grattacieli che invece hanno radici di cemento e metallo che scendono giù giù sotto la strada. Con le luci rosse che lampeggiano intorno al cornicione per farsi avvistare dagli aerei, con un corpo massiccio, sinuoso per finta, ricoperto di vetrate che riflettono la luce gialla e grigia. Quella luce cupa che avverte i milanesi fermi al raccordo autostradale che sono arrivati a casa. E poi gru, tantissime gru, intorno alla stazione Garibaldi. Perché vogliono farne altri, vogliono farne ancora, vogliono farne di più, sempre di più. Anche se occuperanno tutto il cielo. Anche se tutte le piante dell'Isola moriranno senza luce.
"Le piante sui balconi moriranno?" chiede Valeria a suo fratello, guardando fuori dalla finestra.
Lui non la sente, in piedi sulla sedia sposta veloce i libri accatastati tra gli scaffali a muro. Con una gomitata fa cadere una pila di Dylan Dog.
"Ivan! Le piante sui balconi moriranno?"
"Vale mi cerchi un libro arancione?"
Ivan salta giù dalla sedia, raccoglie i fumetti e li getta sulla sopracoperta, poi a carponi tira fuori le scatole piene di vecchi quaderni da sotto il letto. Tasta con il palmo della mano il pavimento, raccogliendo la polvere di almeno un semestre.
"Cosa fai lì ferma? Ti ho chiesto di aiutarmi", dice a Valeria.
Cercano in tutte le tre stanze che compongono la casa. Stanze quadrate, incastrate tra loro, con il bagno che si apre sulla cucina, e la cucina che si apre sulla camera da letto. Guardano negli armadi, negli zaini e sotto il divano, in bagno vicino alla doccia. Valeria corre scivolando con le calze sul pavimento, mette la testa nelle pentole e in frigorifero, come se fosse possibile trovarci nascosto un libro. Si diverte, le scappa da ridere ogni volta che nota l'espressione preoccupata di suo fratello. Quelle sopracciglia che cercano di unirsi sopra il naso al limite della disperazione. Chiede a Ivan di chi è, il libro. In risposta solo silenzio e cuscini sbattuti.
"Una ragazza, è di una ragazza. E tu l'hai perso", canticchia strascicando le vocali.
Ivan la guarda, sorride. Il libro è di una ragazza. Si chiama Anna, prende ogni mattina un caffè macchiato al bar dei cinesi, alle sette e mezza circa. Ivan la saluta sempre con un cenno del capo, fanno colazione, ognuno occupato con se stesso, poi escono e vanno in due direzioni diverse, da cinque mesi.
"Ah, lui mi piace un sacco", ha detto Ivan ad Anna una settimana prima, indicando la copertina arancione poggiata sul bancone.
"Davvero? E cos'hai letto?"
"Stralci su internet".
Invece non è vero. Ivan non ha letto niente su internet, e poi ha perso il libro di Anna ancora prima di dare un'occhiata alla prima pagina. Non si ricorda neanche il titolo, o il nome dell'autore. Solo la copertina, arancione con un disegno nero al centro.
Si sono dati appuntamento per quella sera, alle dieci all'indiano di Via Pollaiuolo, dove la birra costa un po' meno. Lo ha proposto lei, per farsi riportare il libro.
"Scendo un attimo in libreria", dice Ivan a sua sorella. Magari lo ritrova, magari tra tutte le copertine c'è quella giusta, quella che serve a lui.
"Sì, ma Ivan, le piante sui balconi moriranno?"
Ivan non capisce subito, non vede perché le piante sui balconi dovrebbero morire.
"Per i grattacieli", gli spiega Valeria. Lo guarda dritto in viso, con la testa leggermente all'indietro per sconfiggere la differenza di altezza. Lo guarda seriamente, con tutta la preoccupazione che si può avere a sette anni.
"No, non moriranno. I grattacieli non fanno morire le piante, sono solo molto brutti"
"E allora perché li costruiscono, se sono brutti?"
"Per far vedere che ce l'hanno più duro", risponde Ivan con tutta la calma che si può avere a diciotto anni.
Valeria non sa cosa voglia dire suo fratello, chi sia quella terza persona plurale. Sta per fargli un'altra domanda. Non fa in tempo che lui è già sul pianerottolo.
"Torno subito, tu intanto controlla le piante".
Ivan scende le scale, sfiora con il gomito il corrimano, concentrato su un titolo che non ricorda. Scende le scale senza rendersi conto che dalle finestre dei piani inframmezzati non si vede più il cielo. Solo una parete di vetri che sale verso l'alto, a perdita d'occhio. Ancora più su ci sono solo i becchi delle gru, rossi e stonati. I grattacieli superano di centinaia di metri tutte le case del quartiere, le schiacciano, le sovrastano. Dall'alto Milano sembra un formicaio. Un labirinto grigio che si estende verso il Cimitero Monumentale, verso Buenos Aires e la Stazione Centrale. L'Isola quasi non esiste, oscurata da un paesaggio improvviso, sbagliato, da un paesaggio che fatica ad appartenerle. E Ivan sembra piccolissimo, mentre cammina per quelle strade di giorno in giorno sempre più buie.
"Le piante sui balconi moriranno?" chiede Valeria a suo fratello, guardando fuori dalla finestra.
Lui non la sente, in piedi sulla sedia sposta veloce i libri accatastati tra gli scaffali a muro. Con una gomitata fa cadere una pila di Dylan Dog.
"Ivan! Le piante sui balconi moriranno?"
"Vale mi cerchi un libro arancione?"
Ivan salta giù dalla sedia, raccoglie i fumetti e li getta sulla sopracoperta, poi a carponi tira fuori le scatole piene di vecchi quaderni da sotto il letto. Tasta con il palmo della mano il pavimento, raccogliendo la polvere di almeno un semestre.
"Cosa fai lì ferma? Ti ho chiesto di aiutarmi", dice a Valeria.
Cercano in tutte le tre stanze che compongono la casa. Stanze quadrate, incastrate tra loro, con il bagno che si apre sulla cucina, e la cucina che si apre sulla camera da letto. Guardano negli armadi, negli zaini e sotto il divano, in bagno vicino alla doccia. Valeria corre scivolando con le calze sul pavimento, mette la testa nelle pentole e in frigorifero, come se fosse possibile trovarci nascosto un libro. Si diverte, le scappa da ridere ogni volta che nota l'espressione preoccupata di suo fratello. Quelle sopracciglia che cercano di unirsi sopra il naso al limite della disperazione. Chiede a Ivan di chi è, il libro. In risposta solo silenzio e cuscini sbattuti.
"Una ragazza, è di una ragazza. E tu l'hai perso", canticchia strascicando le vocali.
Ivan la guarda, sorride. Il libro è di una ragazza. Si chiama Anna, prende ogni mattina un caffè macchiato al bar dei cinesi, alle sette e mezza circa. Ivan la saluta sempre con un cenno del capo, fanno colazione, ognuno occupato con se stesso, poi escono e vanno in due direzioni diverse, da cinque mesi.
"Ah, lui mi piace un sacco", ha detto Ivan ad Anna una settimana prima, indicando la copertina arancione poggiata sul bancone.
"Davvero? E cos'hai letto?"
"Stralci su internet".
Invece non è vero. Ivan non ha letto niente su internet, e poi ha perso il libro di Anna ancora prima di dare un'occhiata alla prima pagina. Non si ricorda neanche il titolo, o il nome dell'autore. Solo la copertina, arancione con un disegno nero al centro.
Si sono dati appuntamento per quella sera, alle dieci all'indiano di Via Pollaiuolo, dove la birra costa un po' meno. Lo ha proposto lei, per farsi riportare il libro.
"Scendo un attimo in libreria", dice Ivan a sua sorella. Magari lo ritrova, magari tra tutte le copertine c'è quella giusta, quella che serve a lui.
"Sì, ma Ivan, le piante sui balconi moriranno?"
Ivan non capisce subito, non vede perché le piante sui balconi dovrebbero morire.
"Per i grattacieli", gli spiega Valeria. Lo guarda dritto in viso, con la testa leggermente all'indietro per sconfiggere la differenza di altezza. Lo guarda seriamente, con tutta la preoccupazione che si può avere a sette anni.
"No, non moriranno. I grattacieli non fanno morire le piante, sono solo molto brutti"
"E allora perché li costruiscono, se sono brutti?"
"Per far vedere che ce l'hanno più duro", risponde Ivan con tutta la calma che si può avere a diciotto anni.
Valeria non sa cosa voglia dire suo fratello, chi sia quella terza persona plurale. Sta per fargli un'altra domanda. Non fa in tempo che lui è già sul pianerottolo.
"Torno subito, tu intanto controlla le piante".
Ivan scende le scale, sfiora con il gomito il corrimano, concentrato su un titolo che non ricorda. Scende le scale senza rendersi conto che dalle finestre dei piani inframmezzati non si vede più il cielo. Solo una parete di vetri che sale verso l'alto, a perdita d'occhio. Ancora più su ci sono solo i becchi delle gru, rossi e stonati. I grattacieli superano di centinaia di metri tutte le case del quartiere, le schiacciano, le sovrastano. Dall'alto Milano sembra un formicaio. Un labirinto grigio che si estende verso il Cimitero Monumentale, verso Buenos Aires e la Stazione Centrale. L'Isola quasi non esiste, oscurata da un paesaggio improvviso, sbagliato, da un paesaggio che fatica ad appartenerle. E Ivan sembra piccolissimo, mentre cammina per quelle strade di giorno in giorno sempre più buie.
22 agosto 2010
Voce piccolina
Il cantautore guarda in alto, prima o dopo la sigaretta. Verso la falena, il pipisterello, il colibrì milanese notturno, che da due pezzi osserva a cerchi concentrici le braccia, la testa del bassista. Il cantautore guarda in alto, e aderisce a se stesso. Fa aderire una spalla all'altra spalla, un ginocchio all'altro ginocchio, perchè quella cosa che vola gli fa fottutamente paura. Fottutamente, come i sottotitoli italiani di un telefilm americano. La effe e le ti pronunciate forte. Continua a guardare in alto e il colibrì vola, plana, guarda meglio il bassista, torna su e riplana. Poi con noncuranza sotto gli occhi del gruppo, del pubblico, dei fonici, si allontana verso i bagni chimici. Privacy. Il cantautore disaderisce, ricomincia quel suo lavoro.
28 luglio 2010
Inni di frontiera
Quindi io se mi danno delle vacanze dormo. Nel senso che le prendo, le vacanze, e mi metto a dormirci sopra. Me ne sto intafognata tra un lenzuolo e l'altro lenzuolo. L'altro lenzuolo però dopo poco si intafogna su se stesso, di lato, e io resto su un lenzuolo solo. Il piede sinistro no, lui rimane tra i due lenzuoli. Ma io e il mio piede sinistro non ci apparteniamo, siamo solo attaccati per decisione esterna. Come il partito e il democratico. Non dormo sempre. Dormo solo dalle sei della mattina alle sei del pomeriggio. Ed è una questione di gran principio, questa delle ore in cui dormire sulle vacanze. Dormo intafognata su un lenzuolo con il piede sinistro nascosto sotto l'altro lenzuolo. E se tu mi guardassi al buio e con poca attenzione penseresti che me l'hanno amputato, il piede sinistro dalla caviglia sinistra. Come il democratico dal partito. Poi capita che mentre sto dormendo io allunghi il braccio verso l'interruttore del ventilatore. Il braccio sinistro. La mia parte destra non è considerabile, quando dormo sulle vacanze. Se tu mi guardassi al buio e con poca attenzione penseresti che non ce l'ho, una parte destra. Arriveresti addirittura a credere che sono una donna a due dimensioni senza il piede sinistro. E questa potrebbe essere una cosa molto carina. Dipende tutto da come la pensi, la bidimensionalità. Accendo il ventilatore con l'indice della mano sinistra perchè fa molto caldo. Comincia a fare un rumore sordo, il rumore degli aerei quando decollano. E allora mi immagino che si stacchi dal soffitto, il ventilatore, e si metta a volare per tutta la stanza. Non un bel volo maestoso però. Un volo scalcagnato, vagamente metallico, compresso tra le mie quattro pareti. Per questo motivo schiaccio di nuovo l'interruttore, e il ventilatore si spegne. Dormo così, intafognata sulle vacanze per tantissime ore. E davvero, guardandomi al buio e con poca attenzione, ti sei convinto che io sia bidimensionale e senza un piede, con un ventilatore che vola sulla mia testa andando a sbattere contro il cassettone e la libreria.
27 giugno 2010
Altro da me
Vorrei schiacciare le zanzare mentre pungono le persone. Paf, sonoramente, tra il collo e la scapola del ragazzo in coda per la birra davanti a me, sul ginocchio di quella che fuma appoggiata ad un furgone. "Grazie". "Non c'è di che". E la serata continuerebbe. Invece a Milano, ma forse anche in altri agglomerati urbani, è richiesto un certo tipo di intimità, per schiacciarsi reciprocamente le zanzare. Quindi serro le labbra strette, e resto ferma a osservare quel quadratino di pelle anonima. E mi sento un po' in colpa.
Un' altra cosa che non posso fare è scoprire come finiscono i tatuaggi degli sconosciuti. Sollevare le maniche delle loro magliette per vedere di che colore sono i capelli della pin-up, o quanti garofani può contenere una spalla. Mi passano accanto gesticolando nel caldo, alzando le braccia per chiamare qualcuno, e io piego la testa di lato, inarco leggermente la schiena per avere la visuale migliore del disegno che indossano. Poi faccio finta di niente, continuo a parlare.
Le relazioni interpersonali sono sempre complesse.
Un' altra cosa che non posso fare è scoprire come finiscono i tatuaggi degli sconosciuti. Sollevare le maniche delle loro magliette per vedere di che colore sono i capelli della pin-up, o quanti garofani può contenere una spalla. Mi passano accanto gesticolando nel caldo, alzando le braccia per chiamare qualcuno, e io piego la testa di lato, inarco leggermente la schiena per avere la visuale migliore del disegno che indossano. Poi faccio finta di niente, continuo a parlare.
Le relazioni interpersonali sono sempre complesse.
8 giugno 2010
The cave
“Sto imparando a bere il vino rosso, sapete?”
Giulia lo dice a voce bassa, con lo sguardo perso verso la superficie del tavolo. Come se non stesse parlando con Ernesto e Francesca ma con i due ippopotami di plastica con cui stanno giocando. Sono due, uno giallo e uno rosa, che tentano di rubarsi a vicenda delle palline colorate con le loro bocche meccaniche. Ernesto e Francesca azionano velocemente le molle, con i nervi dei polsi tesi e le spalle incurvate in avanti. Ernesto si distrae, guarda Giulia che parla stringendo una bottiglia di Coca cola.
“Non stai imparando a bere il vino”, le dice.
Francesca salta giù dalla sedia con un gridolino di vittoria, accennando dei movimenti di bacino che vorrebbero significare compiacimento. Ha vinto, di nuovo. Poi scoppia in lacrime, di nuovo. È la terza partita che vince e la seconda volta che si mette a piangere da quando è tornata a casa dal lavoro. Giulia ed Ernesto si voltano verso di lei, serrano contemporaneamente le labbra.
“Scendiamo a bere”.
Prendono due birre. Giulia ha ancora tra le mani la Coca cola. Entrano in silenzio in ascensore, Francesca ha smesso di piangere e ha tutto il mascara colato attorno agli occhi che la fa sembrare un panda stupito. Il loro appartamento è al quinto piano, cominciano a bere in silenzio. Arrivati al piano terra restano dentro, continuano a bere, Giulia ed Ernesto seduti per terra, con le spalle appoggiate contro la tappezzeria stinta delle pareti, Francesca resta in piedi e ogni tanto si guarda nello specchio. Non si parlano. Quando le bottiglie sono vuote Francesca schiaccia il numero cinque. L’ascensore si rimette in moto con uno strattone.
“Non stai imparando a bere il vino”, le dice.
Francesca salta giù dalla sedia con un gridolino di vittoria, accennando dei movimenti di bacino che vorrebbero significare compiacimento. Ha vinto, di nuovo. Poi scoppia in lacrime, di nuovo. È la terza partita che vince e la seconda volta che si mette a piangere da quando è tornata a casa dal lavoro. Giulia ed Ernesto si voltano verso di lei, serrano contemporaneamente le labbra.
“Scendiamo a bere”.
Prendono due birre. Giulia ha ancora tra le mani la Coca cola. Entrano in silenzio in ascensore, Francesca ha smesso di piangere e ha tutto il mascara colato attorno agli occhi che la fa sembrare un panda stupito. Il loro appartamento è al quinto piano, cominciano a bere in silenzio. Arrivati al piano terra restano dentro, continuano a bere, Giulia ed Ernesto seduti per terra, con le spalle appoggiate contro la tappezzeria stinta delle pareti, Francesca resta in piedi e ogni tanto si guarda nello specchio. Non si parlano. Quando le bottiglie sono vuote Francesca schiaccia il numero cinque. L’ascensore si rimette in moto con uno strattone.
30 marzo 2010
D'amore, dialettica e altre sciocchezze
"Jean-Paul", disse Simone De Beauvoir a Sartre, in una serata che ci piace pensare particolarmente tempestosa.
"Jean-Paul", disse Simone De Beauvoir a Sartre, vedendolo arrivare in ritardo, con quei pochi capelli tutti scarmigliati e l'occhio destro che colpevole distoglieva lo sguardo da lei ancora più del solito, "dove sei stato?".
Lo disse fingendo indifferenza, sfogliando distrattamente le pagine di un librone, perchè non voleva, Simone, che lui la immaginasse come una donnetta fragile e non come la più grande intellettuale di Francia, o quantomeno del loro quartiere.
"Simone", disse Sartre, distogliendo lo sguardo da lei con quello che ci piace pensare fosse un atto di colpevolezza, ma in realtà era solo strabismo.
"Simone", disse Sarte, "lo sai che questo mio problema oculistico fa sì che mentre ti guardo, con tanto amore e dedizione, io non possa fare a meno di guardare anche un'ampia porzione di spazio alla tua sinistra. Per questo motivo ieri, mentre facevamo la spesa, sono stato costretto dalle mie disposizioni fisiche a notare una biondina che comprava del brodo vegetale".
Sartre si interruppe un attimo per valutare la reazione di Simone De Beauvoir, la quale aveva chiuso con uno scatto secco la storia romanzata della coscienza, che pretendeva di far finta di leggere mentre lui le parlava. Jean-Paul Sartre si rese conto che non bastava la sua menomazione fisica ad impietosire la più grande intellettuale di Francia, o quantomeno del loro quartiere.
"Simone", disse Sartre allora, con una notevole faccia da schiaffi.
"Simone", disse Sartre "l'ho fatto solo per le mie ricerche filosofiche. Tu sei l'amore assoluto, ma per avere conoscenza di questo mondo io devo anche sperimentare gli amori contingenti. Quella biondina che comprava brodo vegetale è stata un piacere contingente a scopo prettamente accademico, ma poi sono tornato qui da te, mio assoluto amore".
"Merda", pensò Simone De Beauvoir, che era ferratissima in fatto di sistemi filosofici, ma poco scaltra nella quotidianità.
"Merda", pensò Simone De Beauvoir, "concettualmente non fa una piega".
E, incerta sulla risposta, andò a prepargli la cena.
Lo disse fingendo indifferenza, sfogliando distrattamente le pagine di un librone, perchè non voleva, Simone, che lui la immaginasse come una donnetta fragile e non come la più grande intellettuale di Francia, o quantomeno del loro quartiere.
"Simone", disse Sartre, distogliendo lo sguardo da lei con quello che ci piace pensare fosse un atto di colpevolezza, ma in realtà era solo strabismo.
"Simone", disse Sarte, "lo sai che questo mio problema oculistico fa sì che mentre ti guardo, con tanto amore e dedizione, io non possa fare a meno di guardare anche un'ampia porzione di spazio alla tua sinistra. Per questo motivo ieri, mentre facevamo la spesa, sono stato costretto dalle mie disposizioni fisiche a notare una biondina che comprava del brodo vegetale".
Sartre si interruppe un attimo per valutare la reazione di Simone De Beauvoir, la quale aveva chiuso con uno scatto secco la storia romanzata della coscienza, che pretendeva di far finta di leggere mentre lui le parlava. Jean-Paul Sartre si rese conto che non bastava la sua menomazione fisica ad impietosire la più grande intellettuale di Francia, o quantomeno del loro quartiere.
"Simone", disse Sartre allora, con una notevole faccia da schiaffi.
"Simone", disse Sartre "l'ho fatto solo per le mie ricerche filosofiche. Tu sei l'amore assoluto, ma per avere conoscenza di questo mondo io devo anche sperimentare gli amori contingenti. Quella biondina che comprava brodo vegetale è stata un piacere contingente a scopo prettamente accademico, ma poi sono tornato qui da te, mio assoluto amore".
"Merda", pensò Simone De Beauvoir, che era ferratissima in fatto di sistemi filosofici, ma poco scaltra nella quotidianità.
"Merda", pensò Simone De Beauvoir, "concettualmente non fa una piega".
E, incerta sulla risposta, andò a prepargli la cena.
7 dicembre 2009
Unwashed and somewhat slightly dazed
Avevo diciotto anni e ogni mattina alle otto e mezza alzavo gli occhi verso l'omino morto di bronzo appeso di fronte a me. Cercavo di tenere la testa sollevata piantando i gomiti contro la superficie del banco e le nocche appena sotto gli zigomi. Avevo deciso che non avrei mai più dormito per un tempo superiore alle quattro ore per notte. Secondo la mia teoria, riuscendo a mantenere stabile un livello di stanchezza piuttosto elevato, sarei stata troppo impegnata a cercare di non addormentarmi per potermi rendere effettivamente conto di quello che mi succedeva intorno. Dopo quattro mesi sembrava funzionare ancora. Guardavo l'omino crocifisso di fronte a me per tutta la mattinata. Ogni tanto abbassavo lo sguardo verso il professore di filosofia e gli chiedevo di raccontarmi di Bakunin. Non cambiavo mai argomento. Avevo cominciato a chiedergli di Bakunin appena si era messo a spiegare Hegel. Ma no, stiamo facendo Hegel, aveva cercato di dirmi. Sì, ma io voglio sapere di Bakunin. In seguito era passato a Marx , io gli avevo detto di raccontarmi di quella volta in cui Marx aveva litigato con Bakunin. Lui l'aveva fatto. Poi aveva cominciato a distribuire fotocopie su Heidegger. Mi parli ancora un po' di Bakunin, gli avevo chiesto io. Ma l'abbiamo già studiato, aveva glissato quel professore di filosofia. E non ne aveva più voluto sentire niente. A parte Bakunin la mia attenzione era rivolta solo all'omino di bronzo. Mi pareva fosse l'unico, in quel contesto, la cui situazione di disagio fosse abbastanza palese da suscitare la mia simpatia nonchè muta comprensione. Non guardare per aria, mi diceva ogni tanto il preside, che insegnava anche greco. Non sto guardando l'aria, volevo dirgli, siete voi che l'avete messo lì, quell'omino agonizzante, io ci passo solo un po' il tempo. Poi però stavo zitta e facevo una smorfia che consisteva nel serrare le labbra e accartocciarle e nel contempo alzare le sopracciglia. Allora il preside sospirava e io sollevavo di poco l'angolo sinistro della bocca.
Quelle quattro ore per notte erano un toccasana, per i miei rapporti umani.
Quelle quattro ore per notte erano un toccasana, per i miei rapporti umani.
11 ottobre 2009
Ask the dust
"Sotto questa pressione non esiste completezza. Come in un perenne cantiere. I bordi della fotografia fuggono. Le prospettive si allargano. [...] non finiscono mai, il cantiere, la città, e continuano a cambiare."
Salivamo di terrazza in terrazza verso la cima del Duomo e Veronica zoppicava. Veronica, che conosco da quando ha lasciato il mio amico e facevamo la spesa per la giornata occupata al supermercato dietro le colonne di San Lorenzo. Si è storta un ginocchio ballando di notte; e non era in discoteca con tacchi, su cubi e cubetti di ghiaccio nella schiena, ma erano le nove e lei teneva un bambino che indossava solo capi firmati. I bambini a Milano crescono in cattività, in case troppo belle per essere reali e con un pavimento lucido su cui non si può pattinare e tavoli in mogano su cui non si può disegnare. E Veronica ballava per far contento quel bambino con tutti capi firmati e in fondo non è importante che sia dovuta salire sul Duomo in ascensore, pagando tre euro in più e facendo vedere la borsa ad un poliziotto campano. Dalla cima del Duomo si vede la casa bellissima del bambino ed anche tutte le altre case bellissime e perfino le case meno belle e le uniche due torri di Milano, una a destra ed una a sinistra. Milano diseguale, disarmonica, cresciuta un po' a caso, come i ciuffi d'erba di una piazzola in periferia. Ed è bassa questa cattedrale bianca ed è minuscola questa città grigia. Quando ero piccola quell'intrico di guglie era immenso e correvo lungo il tetto di marmo tenendomi in punta di piedi, senza fermarmi un secondo e saltavo di lastrone in lastrone pensando che fosse un gioco stupendo. Adesso con dodici anni di più e Veronica che ha male alla gamba aspetto che qualcosa arrivi, o vada, o torni. E da quest'altezza Milano fa paura, Milano ventre di balena. Fa paura, non sapere per cosa queste guglie ci hanno educate e sentire che c'è qualcosa di incompleto in questa gabbia trash per giapponesi e tedesche. La Torre Velasca mentre scorre la sera sembra un vestito di marca che stringe in vita, con tutti i bottoni saltati, con tutte le finestre saltate. Milano cambia incessantemente dopo ogni immersione ed Eraclito dopo l'ennesimo tuffo fa le valige e pensa "fanculo, io di qui me ne vado". Milano vortica, vortica, vortica e non si ferma mai e a noi che siamo su in cima al Duomo sta venendo il mal di mare e quasi abbiamo l'impressione che tutto stia per affondare, portandosi dietro le guglie e i turisti, giù giù nella pancia della balena.
4 agosto 2009
Jusqu'ici, tout va bien.
Federica ha i capelli biondi, lunghissimi. Sono lisci, ma lisci finti, lisci di piastra, che è uno strano oggetto oblungo in ceramica, una sorta di maquillage per capelli. Ha con se una borsa di Chanel, originale, di sua nonna perchè adesso ipotecando un rene riuscirebbe a comprarne solo un manico, fucsia. E sta bene, il fucsia risalta sul vestito nero. Federica è nera e fucsia, un po' bionda e accanto a lei ci sono io. Guardiamo tutte e due verso l'alto, abbiamo il collo piegato all'indietro e la bocca semiaperta come delle foche stupide che aspettano una sardina. C'è stato uno scoppio, all'ultimo piano di quel palazzo all'angolo. I pompieri e la polizia sono davanti al portone da circa mezz'ora, non riescono ad aprirlo. E' ridicolo che non riescano ad entrare in una casa, sono tantissimi e si guardano tra loro un po' imbarazzati, quasi scusandosi con la folla. Federica aspetta il morto, io la strage di stato. Non ci saranno nè l'uno nè l'altra. Anche se il morto sarebbe più plausibile, di venerdì sera in un condominio senza nome. Siamo atroci. Io e Federica. Legate a coppie di mezz'età e adolescenti in vacanza dalla stessa morbosa attenzione per qualcosa che ci riguarda sicuramente meno della presenza di altre forme di vita nell'universo o dell'estinzione della mantide religiosa (che tuttavia mi auguro avvenga presto). Poco prima abbiamo chiesto a dei giornalisti cosa stesse succedendo. Non lo sapevano. Erano lì per fotografare minorenni ubriachi. Da stasera è vietata la vendita di alcolici ai minori di sedici anni, ci hanno detto. Una fetta di liceali sbronze in meno, niente di particolarmente drammatico, insomma. Hanno fotografato Federica mentre teneva in mano una birra, chiedendole di dimostrare cinque anni di meno. Lei ha sorriso dimostrando cinque anni di meno. E poi ci siamo trovate a guardare verso l'alto un punto imprecisato, da dove ipotizzavamo potesse essere venuto lo scoppio. Aspettiamo che succeda qualcosa. Qualsiasi cosa. Che una finestra si spalanchi e un chitarrista ubriaco compaia sul cornicione urlando "Sono il re del mondo" prima di gettarsi tra il pubblico in delirio, ad esempio. Oppure che dal tetto una vecchina circondata da gatti rossi maledica in una lingua arcaica i pompieri, travolti dal loro stesso camion trasformatosi in un robot dalle fattezze umane. Poi guardo le persone intorno a noi, così tristi da togliere il fiato. E' tutto così triste da togliere il fiato. Siamo atroci. Io e Federica. E fa caldo, incredibilmente. "Andiamo via", le dico. Agosto fa schifo.
26 giugno 2009
The good, the bad and the ugly
FiuFiuuu WaWaWa
FiuFiuuu WaWaWa
FiuFiiiii WaWaWaWaaa
FiuFiiiii WaWaWaaa
Avevo 17 anni e cercavo di occupare la scuola, quando uno del collettivo, più grande di me di un paio d'anni, per la prima volta mi ha chiesto di prestargli la catena della bicicletta. Per picchiare i fascisti, mi ha detto. Io ritenevo fosse una nobile causa, picchiare i fascisti e gliel'ho prestata senza fare un plissè. Poi ho passato la giornata accucciata sui banchi davanti all'entrata per fare servizio d'ordine: io e il mio metro e sessanta avevamo deciso di diventare i katanga del liceo-ginnasio. Mi sentivo pericolosa e importante. Invece ero solo molto magra, senza possibilità di esprimere la mia preferenza alle elezioni e con un mal gestito amore per l'umanità tutta. Quando raccontai l'episodio a casa mia madre alzò un sopracciglio con una risatina isterica. E basta. Il mio afflato rivoluzionario distrutto da una smorfia. La verità è che non avevo ben chiaro chi fossero questi fascisti e tantomeno dove si trovassero effettivamente. Quel che è certo è che, se c'erano, non entrarono mai in contatto con la catena della mia bicicletta. Nè quella volta, nè le successive. E forse non erano davvero alla nostra portata, i fascisti pericolosi, all'alba del nuovo millennio, nè era davvero pericoloso dormire in un liceo occupato quando l'unica preoccupazione effettiva era fare in modo di finire nel sacco a pelo del giovane rivoltoso carino. Me ne rendevo conto, che, più che ad una barricata del '48, la situazione in cui c'eravamo cacciati somigliava ad un campeggio collettivo al chiuso e senza ragni. Ma ero davvero convinta che l'articoletto sulle occupazioni decembrine pubblicato nelle pagine di Milano dopo lo sciopero dei tranvieri contribuisse a cambiare, non dico il mondo, ma almeno la città. Ero davvero consapevole che quel pathos concitato non si sarebbe mai più presentato con la stessa forza. Non ero ancora uscita dall'adolescenza e già vivevo nel ricordo delle esperienze che stavo facendo.
La settimana scorsa avevo 21 anni quando, guardando qualche sampietrino divelto dietro Piazza Fontana, ho pensato, con un'associazione mentale dura a morire, che passa dal lastricato milanese, all'elogio alla parabola del sampietrino di Andrea Bellini, alla catena della mia bicicletta, "Quanto potevo essere stupida?". E forse era davvero stupida e leggera, la me di qualche anno fa. Ma comincio ad essere sicura che sia stato quel compulsivo attivismo politico minorenne e privo di cognizione di causa a permetterci di diventare, magari non migliori, ma sicuramente più belli. E il Bello, ce l'ha insegnato Platone quando cercavamo fascisti immaginari, è ad un tiro di sampietrino dalla Verità.
FiuFiuuu WaWaWa
FiuFiiiii WaWaWaWaaa
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Avevo 17 anni e cercavo di occupare la scuola, quando uno del collettivo, più grande di me di un paio d'anni, per la prima volta mi ha chiesto di prestargli la catena della bicicletta. Per picchiare i fascisti, mi ha detto. Io ritenevo fosse una nobile causa, picchiare i fascisti e gliel'ho prestata senza fare un plissè. Poi ho passato la giornata accucciata sui banchi davanti all'entrata per fare servizio d'ordine: io e il mio metro e sessanta avevamo deciso di diventare i katanga del liceo-ginnasio. Mi sentivo pericolosa e importante. Invece ero solo molto magra, senza possibilità di esprimere la mia preferenza alle elezioni e con un mal gestito amore per l'umanità tutta. Quando raccontai l'episodio a casa mia madre alzò un sopracciglio con una risatina isterica. E basta. Il mio afflato rivoluzionario distrutto da una smorfia. La verità è che non avevo ben chiaro chi fossero questi fascisti e tantomeno dove si trovassero effettivamente. Quel che è certo è che, se c'erano, non entrarono mai in contatto con la catena della mia bicicletta. Nè quella volta, nè le successive. E forse non erano davvero alla nostra portata, i fascisti pericolosi, all'alba del nuovo millennio, nè era davvero pericoloso dormire in un liceo occupato quando l'unica preoccupazione effettiva era fare in modo di finire nel sacco a pelo del giovane rivoltoso carino. Me ne rendevo conto, che, più che ad una barricata del '48, la situazione in cui c'eravamo cacciati somigliava ad un campeggio collettivo al chiuso e senza ragni. Ma ero davvero convinta che l'articoletto sulle occupazioni decembrine pubblicato nelle pagine di Milano dopo lo sciopero dei tranvieri contribuisse a cambiare, non dico il mondo, ma almeno la città. Ero davvero consapevole che quel pathos concitato non si sarebbe mai più presentato con la stessa forza. Non ero ancora uscita dall'adolescenza e già vivevo nel ricordo delle esperienze che stavo facendo.
La settimana scorsa avevo 21 anni quando, guardando qualche sampietrino divelto dietro Piazza Fontana, ho pensato, con un'associazione mentale dura a morire, che passa dal lastricato milanese, all'elogio alla parabola del sampietrino di Andrea Bellini, alla catena della mia bicicletta, "Quanto potevo essere stupida?". E forse era davvero stupida e leggera, la me di qualche anno fa. Ma comincio ad essere sicura che sia stato quel compulsivo attivismo politico minorenne e privo di cognizione di causa a permetterci di diventare, magari non migliori, ma sicuramente più belli. E il Bello, ce l'ha insegnato Platone quando cercavamo fascisti immaginari, è ad un tiro di sampietrino dalla Verità.
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