7 marzo 2010

A sua immagine e somiglianza

"Gesù ha fatto un volo di due metri prima di grattugiarsi la faccia sull'asfalto. Le braccia allargate come in preghiera non gli hanno impedito di spaccarsi la testa, che pure non sanguina, a testimonianza di un inutile, solitario miracolo. La gente del quartiere si sporge dai balconi, dai bassi, fa capolino dalle tende scostate, si fa un'idea della situazione: la vespa rovesciata su un fianco, Gesù a terra, e il presunto guidatore, un ragazzino in lacrime, seduto sul marciapiede. Cerca di capire se deve interessarsene oppure no e decide che sì, ci si potrebbe interessare, anche se in questo caso si tratta di affare da poco: a terra c'è un solo ferito, per di più abituato al martirio".

(G. Marchetta - Napoli ore 11)

E' uscito un libro. Un libro che è composto da cinque racconti, tutti ambientati a Napoli, tutti alle 11 di mattina. Secondo me dovreste proprio comprarlo. E poi leggerlo, dopo averlo comprato. Si intitola "Napoli ore 11" e l'autrice è Giusi Marchetta.

22 febbraio 2010

Denti

Basta che prima ritagli due buchi da cui guardare. Il resto è davvero solo questione di divergenze stilistiche.

11 febbraio 2010

La cavalleria

Ei! C'è un mio racconto, su Follelfo, in cui parlo di rosari ortodossi, Leonardo Da Vinci, supereroi e harakiri. E anche di una gatta che si chiama Bastiglia e di un fidanzato che non parla.

Comincia così:

"La prima volta che aveva ricevuto una sua telefonata, Linda si era sentita domandare cosa ne pensasse del fatto che solo gli uomini potessero usare il komboloi. Era una voce femminile, un po’ roca, sibilava le esse. Non la conosceva."

Se volete potete leggerlo qui.

20 gennaio 2010

"Anche l'altezza mi mette paura, e il sangue e i terremoti; per il resto non temo nulla, tranne la morte, il pensiero di mettermi a urlare in mezzo alla folla, l'appendicite, e un attacco di cuore, già, anche questo."
( Chiedi alla polvere - J. Fante)

Questo blog non è un albergo. Lo so.

7 dicembre 2009

Unwashed and somewhat slightly dazed

Avevo diciotto anni e ogni mattina alle otto e mezza alzavo gli occhi verso l'omino morto di bronzo appeso di fronte a me. Cercavo di tenere la testa sollevata piantando i gomiti contro la superficie del banco e le nocche appena sotto gli zigomi. Avevo deciso che non avrei mai più dormito per un tempo superiore alle quattro ore per notte. Secondo la mia teoria, riuscendo a mantenere stabile un livello di stanchezza piuttosto elevato, sarei stata troppo impegnata a cercare di non addormentarmi per potermi rendere effettivamente conto di quello che mi succedeva intorno. Dopo quattro mesi sembrava funzionare ancora. Guardavo l'omino crocifisso di fronte a me per tutta la mattinata. Ogni tanto abbassavo lo sguardo verso il professore di filosofia e gli chiedevo di raccontarmi di Bakunin. Non cambiavo mai argomento. Avevo cominciato a chiedergli di Bakunin appena si era messo a spiegare Hegel. Ma no, stiamo facendo Hegel, aveva cercato di dirmi. Sì, ma io voglio sapere di Bakunin. In seguito era passato a Marx , io gli avevo detto di raccontarmi di quella volta in cui Marx aveva litigato con Bakunin. Lui l'aveva fatto. Poi aveva cominciato a distribuire fotocopie su Heidegger. Mi parli ancora un po' di Bakunin, gli avevo chiesto io. Ma l'abbiamo già studiato, aveva glissato quel professore di filosofia. E non ne aveva più voluto sentire niente. A parte Bakunin la mia attenzione era rivolta solo all'omino di bronzo. Mi pareva fosse l'unico, in quel contesto, la cui situazione di disagio fosse abbastanza palese da suscitare la mia simpatia nonchè muta comprensione. Non guardare per aria, mi diceva ogni tanto il preside, che insegnava anche greco. Non sto guardando l'aria, volevo dirgli, siete voi che l'avete messo lì, quell'omino agonizzante, io ci passo solo un po' il tempo. Poi però stavo zitta e facevo una smorfia che consisteva nel serrare le labbra e accartocciarle e nel contempo alzare le sopracciglia. Allora il preside sospirava e io sollevavo di poco l'angolo sinistro della bocca.
Quelle quattro ore per notte erano un toccasana, per i miei rapporti umani.

27 novembre 2009

SLAM X

Pare che ci sarà un reading, a Milano, questo weekend.
Pare che sia organizzato dall'Agenzia X, sabato 28 Novembre dalle 21.00 alle 3.00 e domenica 29 Novembre dalle 17.00 alle 23.00, al csoa Cox 18, in via Conchetta, sulle sponde del Naviglio Pavese.
Pare che questo reading abbia un nobile scopo: salvare questa città, che è diventata proprio un postaccio, farci credere, almeno per qualche ora, che "si può vivere anche a Milano".
Pare che tra gli autori che interverranno si possano contare anche: Giuseppe Genna, Antonio Scurati, Marco Philopat, Vasco Brondi, Sandrone Dazieri, Antonio Moresco (ma potete trovare la lista completa con gli orari QUI)
E pare che ci sarò anch'io, a leggere sul palco del Cox, domenica 29 alle 17.35. Forse cadrò dalla sedia, forse inciamperò nel filo del microfono, forse mi si incepperà la erre.
Insomma, pare che ci siano un sacco di buone motivazioni per fare un salto, così, se per caso vi andasse.

9 novembre 2009

Wimble.doc

E insomma, a quanto pare ho vinto, le mie "Navi ribelli di Urano" hanno fatto un ottimo lavoro, distanziando Mrt di ben 32 voti!

Adesso è il mio compare, compagno, amico, chi più ne ha più ne metta, Michele Turazzi a ritrovarsi in sfida contro Matteo Pascoletti di Mrt; e inutile dire che questa ultima mano determinerà quale delle due squadre andrà in finale. Quindi, se avete cinque minuti liberi e volete contribuire al perfido meccanismo del voto da casa, potete leggere il racconto di Michele, "Il vecchio e l'ombrello", qui.

Invece qui sotto vi beccate il racconto che ho portato al primo turno (la sfida completa è su wimble.doc). Si intitola "Blu Cina" e parla di golf claustrofobici, cani moribondi e pranzi di famiglia.

Blu Cina
Volevo dirti di quando non sono venuta a conoscere i tuoi genitori per salvare i miei maglioni dal soffocamento. Tu non lo sai, come sono andate veramente le cose. Per te io sono solo la stronza che è stata attesa per quattro ore mentre tua madre telefonava alle ferrovie per sapere se c’erano ritardi e il pollo arrosto diventava talmente duro e stopposo da non essere buono neanche per il cane. Io lo capisco, che per te fosse importante presentarmi la tua famiglia, ero anche andata a comprare un vestito con la vita alta e la scollatura tonda, che mi facesse sembrare femminile ma non volgare, nella speranza che tua madre accettasse finalmente la mia presenza nel tuo letto. Volevo davvero conoscere tuo padre, che, mi raccontavi, si vantava di come, in dieci anni di ineccepibile direzione, alla Mivar di Rosignano ci fossero stati solo due scioperi, e il tuo fottutissimo cane in fin di vita da ormai almeno due anni, per cui ogni fine settimana ti precipitavi in Toscana a dargli l’ultimo saluto. Certo, dover dormire in camere separate, con bagni separati, su due piani diversi, mi pareva un po’ eccessivo, ma ho pensato fosse meglio fare finta di niente. Insomma, ero pronta per partire. Avevo appena piegato le mutande e stavo finendo di truccarmi quando mi è sembrato di sentire dei colpetti di tosse isterici che provenivano dalla valigia. Sono rimasta interdetta un attimo, poi ho continuato a mettermi il mascara. E di nuovo ho sentito gli stessi colpetti di tosse. “Cof, cof, cof”, dei suoni deboli e sommessi provenivano dal sacchetto dei golf. “Devo smetterla di essere così nervosa per uno stupido fine settimana con uno stupido cane moribondo” ho pensato massaggiandomi la tempia. Non ho fatto in tempo a voltarmi che l’ho sentito di nuovo, il coro di puffi con la tisi, “Cof, cof, cof” e poi delle vocette flebili-flebili che gridavano “Aiutooo, aiutooo”. Potevo distinguerlo chiaramente, un s.o.s. in piena regola che proveniva dall’interno della mia valigia. Non me lo stavo immaginando. Ho aperto la valigia e hanno smesso. L’ho richiusa e hanno ricominciato. Vedi, io volevo davvero venire a pranzo a casa dei tuoi genitori, avevo comprato anche un paio di scarpe nuove insieme al vestito e avevo prenotato un posto vicino al finestrino. Ho fatto di tutto per riuscire a partire, ho provato ad indossare i maglioni uno dopo l’altro, ad appallottolarli nella borsa, a metterli in un ordine diverso, prima in cima uno, poi un altro, ma non stavano bene in nessuna posizione. E ogni volta che provavo a rimetterli impilati in valigia ricominciava il coro di vocette in preda al panico. Quando il treno è partito io ero ancora seduta sul letto a spostare i maglioni dentro e fuori dalla valigia. E a quel punto era troppo tardi. Avrei voluto telefonarti, spiegarti che non era colpa mia se avevo scoperto all’ultimo minuto che i miei maglioni soffrivano di claustrofobia, invece mi hai preceduta tu, con quel “vaffanculo” definitivo. Te lo assicuro, se l’avessi saputo prima, che avevano questo problema, mi sarei organizzata diversamente, ma a quel punto non potevo certo essere così spietata ed egoista da lasciare soffocare i miei maglioni solo per non perdere un treno.

5 novembre 2009

Le navi ribelli di Urano

Le cose stanno più o meno così:

Mesi or sono i compari di Follelfo mi cooptarono per partecipare con loro a Wimble.doc. "E' un torneo di racconti tra le meglio riviste letterarie del web", mi dissero e io non potei rifiutare l'offerta. Ci venne dato l'onore di inaugurare la tenzone, gareggiando contro Il traghetto mangia merda, e vincemmo tre sfide su tre.

Ora, dopo innumerevoli peripezie e spargimenti di sangue, siamo finalmente arrivati in semifinale. Ci battiamo questa volta con Mrt, che ha vinto la prima sfida schierando Gianluca Pezzella contro il nostro Gianluca Senis.

Adesso tocca a me, se volete vedere la sfida completa (e, perchè no?, votare) potete farlo a questo link.

Qui di seguito, il mio racconto:

"Le navi ribelli di Urano"

Tra le molteplici vie per rendere partecipe del proprio disagio chiunque gli stia gravitando intorno quella che Gregorio Arioldi preferisce è indubbiamente la vibrazione della gamba. Polpaccio destro appoggiato su ginocchio sinistro, fa partire la vibrazione con un movimento semi rotatorio della caviglia per poi lasciare che propaghi fino alla coscia ed investa l’intera persona. Seduto sul muretto di fronte al supermercato aspetta che arrivi il momento giusto per passare all’azione, trasmettendo il suo nervosismo vibratorio ad un ragazzo dal colorito arancionemikebongiorno che lo osserva con diffidenza. L’orologio segna le diciotto e quarantacinque, ancora pochi minuti e l’intero popolo impiegatizio, libero dal lavoro, si riverserà tra le porte scorrevoli. Solo allora la confusione sarà tale da permettergli di agire indisturbato. Gregorio si sistema la sciarpa stretta intorno al viso, afferra la bomboletta di colla spray nascosta nel tascone della felpa e, non appena i corridoi si trasformano in un incubo di carrelli e bambini dispersi, si getta nel flusso delirante della spesa serale. Arrivato davanti al ripiano dei cereali afferra i fiocchi di riso ricoperti di cioccolato, spruzza la colla sul retro della scatola e ci attacca la sua ultima fatica: “Bomba di neutroni su Saturno”. Seguono “Il collasso della galassia di Scranz” sugli anelli al miele e “Non ti scordar di me, mia bella venusiana” sui cereali dietetici. Gregorio Arioldi, trentadue anni e undici mesi, il terrore di morire entro i trentatré come Gesù Cristo, è un autore di fantascienza. Dopo aver scritto pagine su pagine di efferate congiure intergalattiche e averle sistematicamente chiuse in un cassetto, ha deciso, con la quasi certezza dell’imminente fine della propria esistenza, di coprire le tabelle caloriche delle colazioni dei suoi concittadini con la propria arte. Ha quasi finito la colonna degli anelli al miele quando si sente chiedere, da una voce delicata ed incerta che non ha niente a che vedere con quella di un addetto alla sicurezza, se per caso è proprio lui Gregorio Arioldi. Gregorio si volta interdetto, tenendo ancora a mezz’aria la colla spray, trovandosi davanti una ragazza dagli occhi grandi che tende verso di lui una scatola degli zerovirgolaunpercentodigrassi in attesa di un autografo. Perché, gli spiega, lo legge fin dalla “Struggente epopea degli aspiratori di raggi gamma”. Gregorio Arioldi è emozionato come il giorno della sua prima missione e, non potendo far vibrare la gamba, che gli è necessaria per mantenere una postura eretta, lascia la palpebra sinistra cadere preda di un tremolio convulso. Chiede alla ragazza dagli occhi grandi se può offrirle un caffè, ma poi, senza attendere una risposta, la trascina con sé di scaffale in scaffale, riempiendole le braccia di pacchi di miscela, cosicché possa berne non uno, ma tutti quelli che vuole. E ancora le compra delle fettuccine e poi del pesto con cui condirle, e un massaggiamuscoli per quando è stanca, e dei supereroi di cioccolato se dovesse sentirsi triste. E alla fine la lascia lì, con due sacchetti di regali, mentre corre via, con la palpebra sinistra che ancora non vuole capacitarsi del suo riconosciuto talento, dimentico di non aver autografato “Lune bordeaux nel freddo siderale” sul retro dei cereali zerovirgolaunpercentodigrassi.