Quindi io se mi danno delle vacanze dormo. Nel senso che le prendo, le vacanze, e mi metto a dormirci sopra. Me ne sto intafognata tra un lenzuolo e l'altro lenzuolo. L'altro lenzuolo però dopo poco si intafogna su se stesso, di lato, e io resto su un lenzuolo solo. Il piede sinistro no, lui rimane tra i due lenzuoli. Ma io e il mio piede sinistro non ci apparteniamo, siamo solo attaccati per decisione esterna. Come il partito e il democratico. Non dormo sempre. Dormo solo dalle sei della mattina alle sei del pomeriggio. Ed è una questione di gran principio, questa delle ore in cui dormire sulle vacanze. Dormo intafognata su un lenzuolo con il piede sinistro nascosto sotto l'altro lenzuolo. E se tu mi guardassi al buio e con poca attenzione penseresti che me l'hanno amputato, il piede sinistro dalla caviglia sinistra. Come il democratico dal partito. Poi capita che mentre sto dormendo io allunghi il braccio verso l'interruttore del ventilatore. Il braccio sinistro. La mia parte destra non è considerabile, quando dormo sulle vacanze. Se tu mi guardassi al buio e con poca attenzione penseresti che non ce l'ho, una parte destra. Arriveresti addirittura a credere che sono una donna a due dimensioni senza il piede sinistro. E questa potrebbe essere una cosa molto carina. Dipende tutto da come la pensi, la bidimensionalità. Accendo il ventilatore con l'indice della mano sinistra perchè fa molto caldo. Comincia a fare un rumore sordo, il rumore degli aerei quando decollano. E allora mi immagino che si stacchi dal soffitto, il ventilatore, e si metta a volare per tutta la stanza. Non un bel volo maestoso però. Un volo scalcagnato, vagamente metallico, compresso tra le mie quattro pareti. Per questo motivo schiaccio di nuovo l'interruttore, e il ventilatore si spegne. Dormo così, intafognata sulle vacanze per tantissime ore. E davvero, guardandomi al buio e con poca attenzione, ti sei convinto che io sia bidimensionale e senza un piede, con un ventilatore che vola sulla mia testa andando a sbattere contro il cassettone e la libreria.
28 luglio 2010
27 giugno 2010
Altro da me
Vorrei schiacciare le zanzare mentre pungono le persone. Paf, sonoramente, tra il collo e la scapola del ragazzo in coda per la birra davanti a me, sul ginocchio di quella che fuma appoggiata ad un furgone. "Grazie". "Non c'è di che". E la serata continuerebbe. Invece a Milano, ma forse anche in altri agglomerati urbani, è richiesto un certo tipo di intimità, per schiacciarsi reciprocamente le zanzare. Quindi serro le labbra strette, e resto ferma a osservare quel quadratino di pelle anonima. E mi sento un po' in colpa.
Un' altra cosa che non posso fare è scoprire come finiscono i tatuaggi degli sconosciuti. Sollevare le maniche delle loro magliette per vedere di che colore sono i capelli della pin-up, o quanti garofani può contenere una spalla. Mi passano accanto gesticolando nel caldo, alzando le braccia per chiamare qualcuno, e io piego la testa di lato, inarco leggermente la schiena per avere la visuale migliore del disegno che indossano. Poi faccio finta di niente, continuo a parlare.
Le relazioni interpersonali sono sempre complesse.
Un' altra cosa che non posso fare è scoprire come finiscono i tatuaggi degli sconosciuti. Sollevare le maniche delle loro magliette per vedere di che colore sono i capelli della pin-up, o quanti garofani può contenere una spalla. Mi passano accanto gesticolando nel caldo, alzando le braccia per chiamare qualcuno, e io piego la testa di lato, inarco leggermente la schiena per avere la visuale migliore del disegno che indossano. Poi faccio finta di niente, continuo a parlare.
Le relazioni interpersonali sono sempre complesse.
17 giugno 2010
Piove, governo ladro
Insomma, il punto di tutta la faccenda è che i leghisti non vogliono il brutto tempo. Dice Zaia che è proprio assurdo, che le previsioni metereologiche diano "pioggia" in Veneto. E a metà Giugno poi! Quando lo sanno tutti che in estate non piove - tuona il presidente della regione (come la nuvola sopra di lui prima che scoppi il diluvio). Dare un'immagine distorta della Val Padana, rappresentandola come una landa piovosa e piena di nebbia, è palesemente un complotto contro la Lega, una manovra dei metereologi romani che vogliono distruggere il turismo del nord Italia. Qualcuno prova ad insinuare che, forse, gli conveniva andare a fare i federalisti in Puglia, in cui pare esserci un ottimo clima, o ancora meglio in Sud Africa (sembra però che anche lì ogni tanto piova - sostengono quelli che seguono i Mondiali). Ma i leghisti sono affezionati alla linea deliziosamente retta del Po (anche se il figlio del loro leader in carica non è mai riuscito a risolvere l'esercizio di geometria della terza prova) e al Rubicone non hanno neanche intezione di arrivarci. A niente sono servite le ballate in milanese che raccontano di giovanotti innamorati che nella nebbia vanno a sbattere contro i pali dei lampioni: la pioggia è utile solo al riso. E il riso, si sa, è roba da cinesi.
8 giugno 2010
The cave
“Sto imparando a bere il vino rosso, sapete?”
Giulia lo dice a voce bassa, con lo sguardo perso verso la superficie del tavolo. Come se non stesse parlando con Ernesto e Francesca ma con i due ippopotami di plastica con cui stanno giocando. Sono due, uno giallo e uno rosa, che tentano di rubarsi a vicenda delle palline colorate con le loro bocche meccaniche. Ernesto e Francesca azionano velocemente le molle, con i nervi dei polsi tesi e le spalle incurvate in avanti. Ernesto si distrae, guarda Giulia che parla stringendo una bottiglia di Coca cola.
“Non stai imparando a bere il vino”, le dice.
Francesca salta giù dalla sedia con un gridolino di vittoria, accennando dei movimenti di bacino che vorrebbero significare compiacimento. Ha vinto, di nuovo. Poi scoppia in lacrime, di nuovo. È la terza partita che vince e la seconda volta che si mette a piangere da quando è tornata a casa dal lavoro. Giulia ed Ernesto si voltano verso di lei, serrano contemporaneamente le labbra.
“Scendiamo a bere”.
Prendono due birre. Giulia ha ancora tra le mani la Coca cola. Entrano in silenzio in ascensore, Francesca ha smesso di piangere e ha tutto il mascara colato attorno agli occhi che la fa sembrare un panda stupito. Il loro appartamento è al quinto piano, cominciano a bere in silenzio. Arrivati al piano terra restano dentro, continuano a bere, Giulia ed Ernesto seduti per terra, con le spalle appoggiate contro la tappezzeria stinta delle pareti, Francesca resta in piedi e ogni tanto si guarda nello specchio. Non si parlano. Quando le bottiglie sono vuote Francesca schiaccia il numero cinque. L’ascensore si rimette in moto con uno strattone.
“Non stai imparando a bere il vino”, le dice.
Francesca salta giù dalla sedia con un gridolino di vittoria, accennando dei movimenti di bacino che vorrebbero significare compiacimento. Ha vinto, di nuovo. Poi scoppia in lacrime, di nuovo. È la terza partita che vince e la seconda volta che si mette a piangere da quando è tornata a casa dal lavoro. Giulia ed Ernesto si voltano verso di lei, serrano contemporaneamente le labbra.
“Scendiamo a bere”.
Prendono due birre. Giulia ha ancora tra le mani la Coca cola. Entrano in silenzio in ascensore, Francesca ha smesso di piangere e ha tutto il mascara colato attorno agli occhi che la fa sembrare un panda stupito. Il loro appartamento è al quinto piano, cominciano a bere in silenzio. Arrivati al piano terra restano dentro, continuano a bere, Giulia ed Ernesto seduti per terra, con le spalle appoggiate contro la tappezzeria stinta delle pareti, Francesca resta in piedi e ogni tanto si guarda nello specchio. Non si parlano. Quando le bottiglie sono vuote Francesca schiaccia il numero cinque. L’ascensore si rimette in moto con uno strattone.
25 aprile 2010
Subway
E quindi alla fine La cavalleria, il mio racconto, quello che è già uscito su Follelfo, a quanto pare è stato ammesso alla finale di Subway, che è quella cosa che se la vinci ti distribuiscono nelle metropolitane di tutto il regno, e poi sei felice.
Il che significa che fino a venerdì prossimo potrete leggerlo, La cavalleria, e addirittura anche votarlo, QUI.
Ecco insomma, è un po' così che va. Però evviva.
Ecco insomma, è un po' così che va. Però evviva.
30 marzo 2010
D'amore, dialettica e altre sciocchezze
"Jean-Paul", disse Simone De Beauvoir a Sartre, in una serata che ci piace pensare particolarmente tempestosa.
"Jean-Paul", disse Simone De Beauvoir a Sartre, vedendolo arrivare in ritardo, con quei pochi capelli tutti scarmigliati e l'occhio destro che colpevole distoglieva lo sguardo da lei ancora più del solito, "dove sei stato?".
Lo disse fingendo indifferenza, sfogliando distrattamente le pagine di un librone, perchè non voleva, Simone, che lui la immaginasse come una donnetta fragile e non come la più grande intellettuale di Francia, o quantomeno del loro quartiere.
"Simone", disse Sartre, distogliendo lo sguardo da lei con quello che ci piace pensare fosse un atto di colpevolezza, ma in realtà era solo strabismo.
"Simone", disse Sarte, "lo sai che questo mio problema oculistico fa sì che mentre ti guardo, con tanto amore e dedizione, io non possa fare a meno di guardare anche un'ampia porzione di spazio alla tua sinistra. Per questo motivo ieri, mentre facevamo la spesa, sono stato costretto dalle mie disposizioni fisiche a notare una biondina che comprava del brodo vegetale".
Sartre si interruppe un attimo per valutare la reazione di Simone De Beauvoir, la quale aveva chiuso con uno scatto secco la storia romanzata della coscienza, che pretendeva di far finta di leggere mentre lui le parlava. Jean-Paul Sartre si rese conto che non bastava la sua menomazione fisica ad impietosire la più grande intellettuale di Francia, o quantomeno del loro quartiere.
"Simone", disse Sartre allora, con una notevole faccia da schiaffi.
"Simone", disse Sartre "l'ho fatto solo per le mie ricerche filosofiche. Tu sei l'amore assoluto, ma per avere conoscenza di questo mondo io devo anche sperimentare gli amori contingenti. Quella biondina che comprava brodo vegetale è stata un piacere contingente a scopo prettamente accademico, ma poi sono tornato qui da te, mio assoluto amore".
"Merda", pensò Simone De Beauvoir, che era ferratissima in fatto di sistemi filosofici, ma poco scaltra nella quotidianità.
"Merda", pensò Simone De Beauvoir, "concettualmente non fa una piega".
E, incerta sulla risposta, andò a prepargli la cena.
Lo disse fingendo indifferenza, sfogliando distrattamente le pagine di un librone, perchè non voleva, Simone, che lui la immaginasse come una donnetta fragile e non come la più grande intellettuale di Francia, o quantomeno del loro quartiere.
"Simone", disse Sartre, distogliendo lo sguardo da lei con quello che ci piace pensare fosse un atto di colpevolezza, ma in realtà era solo strabismo.
"Simone", disse Sarte, "lo sai che questo mio problema oculistico fa sì che mentre ti guardo, con tanto amore e dedizione, io non possa fare a meno di guardare anche un'ampia porzione di spazio alla tua sinistra. Per questo motivo ieri, mentre facevamo la spesa, sono stato costretto dalle mie disposizioni fisiche a notare una biondina che comprava del brodo vegetale".
Sartre si interruppe un attimo per valutare la reazione di Simone De Beauvoir, la quale aveva chiuso con uno scatto secco la storia romanzata della coscienza, che pretendeva di far finta di leggere mentre lui le parlava. Jean-Paul Sartre si rese conto che non bastava la sua menomazione fisica ad impietosire la più grande intellettuale di Francia, o quantomeno del loro quartiere.
"Simone", disse Sartre allora, con una notevole faccia da schiaffi.
"Simone", disse Sartre "l'ho fatto solo per le mie ricerche filosofiche. Tu sei l'amore assoluto, ma per avere conoscenza di questo mondo io devo anche sperimentare gli amori contingenti. Quella biondina che comprava brodo vegetale è stata un piacere contingente a scopo prettamente accademico, ma poi sono tornato qui da te, mio assoluto amore".
"Merda", pensò Simone De Beauvoir, che era ferratissima in fatto di sistemi filosofici, ma poco scaltra nella quotidianità.
"Merda", pensò Simone De Beauvoir, "concettualmente non fa una piega".
E, incerta sulla risposta, andò a prepargli la cena.
14 marzo 2010
Amici felici
Il mio amico Giorgio ha disegnato una vignetta. Tempo fa. Questa vignetta vede ritratti un cane e un quotidiano. Più precisamente un quotidiano con una lunga lingua sbavante che porta sulle spalle un cane che ha degli occhi (anzi un occhio solo) proprio grossi e stupiti. La vignetta, sempre la stessa, si intitola "Stampa asservita" e recita "Ora è il giornale che ti porta il cane a casa".
"Ecco a cosa serviva!", ho pensato io. Nessuno, infatti, si è mai preso la briga di comprarmi un cane.
E da allora ci spero sempre, che magari il notiziario della mattina mi faccia il caffè.
E da allora ci spero sempre, che magari il notiziario della mattina mi faccia il caffè.
7 marzo 2010
A sua immagine e somiglianza
"Gesù ha fatto un volo di due metri prima di grattugiarsi la faccia sull'asfalto. Le braccia allargate come in preghiera non gli hanno impedito di spaccarsi la testa, che pure non sanguina, a testimonianza di un inutile, solitario miracolo. La gente del quartiere si sporge dai balconi, dai bassi, fa capolino dalle tende scostate, si fa un'idea della situazione: la vespa rovesciata su un fianco, Gesù a terra, e il presunto guidatore, un ragazzino in lacrime, seduto sul marciapiede. Cerca di capire se deve interessarsene oppure no e decide che sì, ci si potrebbe interessare, anche se in questo caso si tratta di affare da poco: a terra c'è un solo ferito, per di più abituato al martirio".
(G. Marchetta - Napoli ore 11)
E' uscito un libro. Un libro che è composto da cinque racconti, tutti ambientati a Napoli, tutti alle 11 di mattina. Secondo me dovreste proprio comprarlo. E poi leggerlo, dopo averlo comprato. Si intitola "Napoli ore 11" e l'autrice è Giusi Marchetta.
(G. Marchetta - Napoli ore 11)
E' uscito un libro. Un libro che è composto da cinque racconti, tutti ambientati a Napoli, tutti alle 11 di mattina. Secondo me dovreste proprio comprarlo. E poi leggerlo, dopo averlo comprato. Si intitola "Napoli ore 11" e l'autrice è Giusi Marchetta.
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